L’inquinamento è in grado di insinuarsi all’interno dell’organismo degli esseri viventi, uomini compresi. Secondo un recente studio portato avanti dall’Università di Lancaster, esso sarebbe capace di penetrare all’interno delle mucose e di arrivare fino al cervello, rischiando di avvelenarlo. La ricerca mirerebbe a dimostrare proprio come l’inquinamento possa arrivare ad “attaccare” anche sinapsi e neuroni. In particolare, sarebbe soprattutto la magnetite a creare il pericolo maggiore (tra cui patologie ai polmoni e al sistema cardiocircolatorio).

I test che i ricercatori hanno fatto hanno visto il coinvolgimento di trentasette persone. Di queste ne è stato analizzato il tessuto cerebrale e si trattava, più in particolare, di ventinove abitanti di Città del Messico (una delle megalopoli più grandi al mondo e anche una delle più inquinate) e di otto abitanti di Manchester. Fra le trentasette persone prese in considerazione, molte erano decedute a causa di patologie neurodegenerative e il tessuto cerebrale di tutti i soggetti coinvolti avrebbe comunque presentato grandi quantità di nano particelle di ossidi di ferro. Altri metalli sono stati trovati ma in quantità nettamente inferiori.

Si sapeva già che tracce di inquinamento potevano essere rintracciate sui capelli ma mai prima d’ora qualcuno aveva dimostrato che esso potesse essere in grado di riuscire a penetrare nel cervello. Un risultato alquanto preoccupante, dunque, perché quelle tracce di inquinamento nel cervello potrebbero creare molti danni (si pensi soltanto all’insorgere del morbo di Alzheimer o di altre malattie a carattere neurodegenerativo).

Secondo i ricercatori, i pericoli verrebbero soprattutto dal particolato ultrafine prodotto in particolare dai motori Diesel oppure da impianti di produzione di energia e anche dagli inceneritori. L’aspetto altrettanto preoccupante è che tali particelle sono in grado, potenzialmente, di percorrere distanze piuttosto lunghe e che sono talmente sottili da riuscire ad insinuarsi in qualsiasi barriera biologica, con tutte le conseguenze che si possono immaginare. Il fatto che possano essere collegate all’insorgenza di malattie come l’Alzheimer non è però stato dimostrato.