Ormai ci siamo. Tra indiscrezioni, fughe di notizie, “veleni” e lotte di potere, il toto-Papa si fa sempre più pressante. Tutti cercano di capire chi sarà il nuovo Pontefice della curia romana, ma in quanti cercano di capire quali caratteristiche dovrebbe avere? Sin qui, abbiamo visto una carrellata di personaggi, più o meno amati, più o meno integralisti sulle regole della Chiesa, più o meno aperti ai diritti verso gli umani (ricordiamo le discriminazioni costanti nei confronti delle donne e degli omosessuali)… Viene da pensare: “Figuriamoci se ci possa essere una figura talmente illuminata da seguire i dettami di Cristo sull’amore universale, esteso anche agli animali”…

Eppure la speranza non è mai l’ultima a morire. Personalmente, da non-cattolica, non mi importa di che colore sia il Papa, non mi importa di quale nazionalità, della sua età, del suo orientamento sessuale… Di sicuro mi piacerebbe non vedere più pellicce d’ermellino attorno al suo collo, espressione di un lusso dai tempi andati, poco consono ai momenti che stiamo vivendo, poco rispettoso nei confronti di coloro che – invece – sono sensibili alle pene che l’uomo infligge agli animali per pura vanità.

I monaci buddisti – ad esempio – adottano una vita semplice, mangiano poca carne o non la mangiano del tutto, camminano quasi scalzi e si vestono senza distinzioni di rango. Che la Chiesa cristiana abbia un po’ perso la bussola è cosa evidente, ma non recente, però. Vorrei citarvi un breve passo di Voltaire (1694-1778), che in tal senso è illuminante:

Le sofferenze degli animali ci sembrano dei mali perché, essendo anche noi animali, pensiamo che saremmo molto da compiangere se a noi si facesse altrettanto. Del resto, noi necessitiamo spesso di commuoverci per la morte spaventosa degli animali destinati alla nostra tavola.

Eppure, io non vedo tra noi nessun moralista, nessuno dei nostri loquaci predicatori che abbia mai fatto la minima riflessione su quest’orrenda abitudine divenuta in noi natura.

I nostri monaci, costretti dal capriccio dei fondatori dei loro ordini a rinunciare alla carne, sono assassini di sogliole e rombi, quando non lo sono di pernici e di qualglie. E né tra i monaci né nel Concilio di Trento né nelle nostre assemblee del clero né nelle nostre Accademie si è mai pensato di chiamare un male quella carneficina universale.

Nei Concili non vi si è pensato più che nelle taverne“.

Queste parole sono vecchie di 400 anni e nulla pare essere cambiato nella sensibilità della Chiesa verso i suoi simili e verso le altre creature. Basti pensare al “Cappello del Prete”, uno dei tagli di carne più pregiati, chiamato così proprio perché le parti più tenere e saporite dell’animale erano destinate a loro, ai ministri di Dio. Insomma, si esaltano figure come San Francesco e Santa Chiara, ma poi la teoria è ben disgiunta dalla pratica, specialmente da parte di coloro che dovrebbero dare l’esempio.

Dopo tanti sforzi per tornare indietro, al vero significato del Cristianesimo, ancora il senso del messaggio dell’amore universale non si è capito, ancora sfugge tra le pieghe di norme e dogmi, di parole in latino e cavilli, nei giochi di palazzo. Gli insegnamenti dei padri fondatori degli ordini cattolici si perdono dietro ai paramenti e alle parole altisonanti. Eppure, per chi ha capito dove si trova veramente il male nella natura umana, è tanto semplice… Tanto quanto provare ad essere empatici, senza distinzione di categorie, tanto quanto dire “no” alla logica del profitto personale e della morte.

Chiunque sia il nuovo Papa, io lo vorrei così: vegetariano. Perché rinunciare a qualcosa che ci piace perché si è capito che il nostro piacere causa sofferenza ad altri, implica consapevolezza, empatia e amore. Questo sforzo, da un Santo Padre, da una figura spirituale, ce lo si potrebbe anche aspettare…