Si è tanto parlato, nei giorni scorsi, del ritrovamento di carne equina in alimenti confezionati di grandi gruppi multinazionali. Dai ravioli della Nestlè e derivati, alle polpettine dell’Ikea. La discussione è stata seguita da molte persone, soprattutto dopo il ritiro di diverse derrate alimentari in via cautelativa da parte delle aziende produttrici. Una buona fetta della clientela si è detta disgustata e la stampa ha invocato a gran voce una normativa più chiara sull’etichettatura dei prodotti e sul diritto del consumatore di essere messo a conoscenza della composizione e della provenienza dei prodotti acquistati nei centri della grande distribuzione.

LA RISPOSTA LACONICA DELLA COMUNITA’ VEG

Tiepida, invece, la discussione nei forum e nelle comunità di vegetariani e vegani, che non trovano molto di cui discutere su un avvenimento che invece sembra aver sconvolto molti. Vi rimando all’articolo che Samantha ha scritto qualche giorno fa sul suo blog Io Veg, che riassume bene le posizioni della comunità vegetariana al riguardo. Ricorderete forse l’articolo che scrissi qualche tempo fa sul consumo di carne d’asino in Italia: siamo uno dei pochi Paesi nel mondo in cui mangiare carne d’asino viene ritenuto “normale”. Nella maggior parte del mondo questa pratica viene considerata barbara e deprovevole: l’asino non si mangia. Lo stesso vale anche per i cavalli, che nel Nord Europa vengono considerati animali d’affezione (come i cani e i gatti), e in particolare nel Regno Unito, dove il cavallo viene considerato un animale nobile (pensiamo alla tradizione dell’equitazione, allo sport del polo, e via dicendo) e l’idea di mangiarlo provoca disgusto e orrore, proprio come reagiamo noi di fronte al fatto che in Cina si mangino abitualmente i cani o le uova con i pulcini dentro.

CAVALLO O MUCCA: DOVE STA IL PROBLEMA?

Forse ricorderete anche l’articolo che scrissi sul libro di Melanie Joy: “Perché amiamo i cani, mangiamo i maiali e indossiamo le mucche“, nel quale viene spiegato che la nostra empatia o la nostra indifferenza nei confronti di alcuni tipi di animali è il frutto della cultura, dell’educazione che ci viene data. Alcuni li consideriamo cibo, altri li consideriamo amici.

Dunque, come chiede Samantha nel suo articolo, dove sta il problema nel fatto che vi sia carne di cavallo nei ravioli o nelle polpettine dell’Ikea? Certo, il problema si apre sul problema della trasparenza e dei diritti dei consumatori, che hanno diritto di conoscere in modo chiaro che cosa c’è nei prodotti che acquistano. Eppure a nessuno viene in mente di conoscere che cosa c’è nel panino del fast food (che certo, usa la famosa melma rosa – la vedete qui sopra, non vi fa venire fame? Abbuffatevi pure! – fatta di scarti come zoccoli e cartilagine varia di puro bovino al 100% innaffiato di ammoniaca e conservanti vari, se la cosa vi tranquillizza), altrimenti in quanti ci andrebbero a mangiare, e ci porterebbero i propri figli a cuor leggero?

IL PROBLEMA NON E’ COSA, MA COME COMPRIAMO

Il problema vero è che le persone dovrebbero essere più consapevoli di quel che mangiano, e cominciare a pretendere di conoscere davvero come viene fabbricato (sì, fabbricato e non cucinato) il cibo pronto che finisce sui banchi dei supermercati. Perché se anche nell’etichetta venisse scritto, a caratteri minuscoli, che tra la carne di mucca o di maiale c’è anche una piccola percentuale di carne equina, in quanti se ne accorgerebbero davvero? Fa forse scandalo conoscere che nelle merendine dei bambini ci sono grassi idrogenati o aspartame? Eppure le mamme continuano a comprare le merendine che compaiono in pubblicità dove la merendina industriale viene fatta passare per la merenda casalinga della nonna di 60 anni fa: basta mettere un belloccio con un grembiule che parla con le galline… (a proposito, credete davvero che il luogo in cui producono ciò che mangia vostro figlio somigli anche solo lontanamente a quello proposto negli spot?).

SIAMO CIO’ CHE MANGIAMO

Insomma, il consumatore dovrebbe smettere di lasciarsi abbindolare dal marketing e dalla pubblicità, e cominciare a capire davvero cosa si nasconde dietro all’industria – quella della carne in particolare, visto che si tratta di mangiare roba morta – e fare 2+2: se siamo ciò che mangiamo, e mangiamo cadaveri di altri animali che inevitabilmente andranno in putrefazione dentro al nostro corpo quando li abbiamo mangiati… c’è da stupirsi se insorgono malattie che conducono anche noi alla morte, come il cancro? Detta così – me ne rendo conto – la faccenda del mangiar carne comincia a prendere una piega diversa, vero?

DEDICATO AI SUDDITI DI SUA MAESTA’…

C’è poi un discorso più etico, che riguarda il nostro essere anestetizzati culturalmente davanti al dolore degli altri esseri viventi. Non serve essere particolarmente sensibili per capirlo, e a tal proposito vi riporto una citazione illuminante, che dovrebbe far riflettere soprattutto coloro che – come gli inglesi – tanto si sconvolgono all’idea di mangiare carne di cavallo: “Pochi uomini potrebbero sopportare anche per cinque minuti di vedere un animale lottare in una trappola con una zampa rotta e squarciata, e tuttavia, in tutte le ben curate proprietà del regno gli animali agonizzano in questo modo ogni notte; e se per natura i guardiacaccia sono insensibili, o sono diventati brutalmente indifferenti alle sofferenze che costantemente passano sotto i loro occhi, si sa da testimoni oculari che possono non controllare le trappole per 24 o perfino per 36 ore. Noi proviamo naturalmente maggiore pietà per un animale timido e innocuo come per esempio il coniglio, che non per i ratti e le faine, ma l’agonia è la stessa in tutti i casi“.

A scrivere questo è stato un signore chiamato Charles Darwin (1809-1882), che ha scritto qualcosa di importante sull’evoluzione della specie. Continuate a mangiare tranquillamente i vostri ravioli di carne e le polpettine… quale animale ci sia dentro è davvero il minore dei mali.