Continua la lotta contro il cancro al seno e da oggi è possibile farlo anche con una nuova “arma”: arriva il primo farmaco per il carcinoma mammario, utilizzabile per la terapia del tumore al seno, in fase avanzata.

Il farmaco, denominato Everolimus potrà essere utilizzato per il trattamento delle pazienti con un tumore al seno avanzato ER+/HER2 e che abbiano avuto una progressione della malattia durante o dopo un precedente trattamento con gli inibitori dell’aromatasi, ovvero anastrozolo e letrozolo. E’ stato dimostrato, negli studi clinici, che il farmaco è in grado di raddoppiare la sopravvivenza libera da progressione, offrendo una qualità della vita migliore e una buona dose di tollerabilità.

Allo sviluppo di Everolimus hanno contribuito i Centri di eccellenza italiani, premiati ieri con il “The Luminal Breast Practice Award” a Napoli, promosso dalla grande azienda Novartis. I suoi benefici sono stati dimostrati dallo studio registrativo BOLERO-2, condotto in 189 Centri di 24 Paesi, dove le pazienti sottoposte a questo studio hanno avuto un vero e proprio “beneficio clinico”: una regressione del tumore o una situazione stazionaria di lungo periodo.

L’ingresso di Everolimus per il trattamento del cancro al seno in fase avanzata permette di andare oltre il tradizionale binomio chemioterapia-ormonoterapia: Everolimus è una terapia a bersaglio molecolare, che ha come target la proteina mTOR. «Everolimus blocca mTOR e in questo modo ottiene due risultati: da un lato rallenta la crescita e la diffusione del tumore, dall’altro indebolisce la resistenza del tumore alla terapia ormonale, in quanto l’iperattivazione di mTOR determina una riduzione nella risposta agli ormoni», afferma Sabino De Placido, Direttore Struttura Complessa di Oncologia Medica, Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II, Napoli. «In termini clinici questo si traduce nella possibilità di trattare in maniera efficace le pazienti con un trattamento orale e ben tollerato, posticipando l’approccio chemioterapico a una fase più avanzata della malattia».

A cura di Jessica Di Giacomo

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