L’uomo può vivere di sola aria? Quante volte lo abbiamo detto per scherzo, per giustificare la nostra fame o la nostra voglia di qualcosa di buono? Eppure chi vive di sola aria c’è. Per motivi etici, ma anche per motivi spirituali. Si chiamano Breatharians, o bretariani, e seguono l’esempio dei guru spirituali o dei grandi saggi, di personaggi storici che intrapresero lunghi e leggendari digiuni per meditare o ottenere l’illuminazione, per raggiungere livelli più elevati di coscienza. E che – si narra – sopravvissero per anni purificando il proprio corpo da qualsiasi contaminazione esterna, contando solo sul nutrimento dell’aria.

Certo, la scelta è a dir poco estrema. Ma queste persone esistono davvero. Ecco come le ho conosciute.

PARLANDO DI SCELTE ETICHE…

Era un giorno come tanti dello scorso anno, a Londra. Come capitava spesso, stavo preparando il mio pranzo in cucina e la mia coinquilina inglese mi raggiunse. Ero in uno dei miei periodi vegani e spesso finivamo per parlare del mio modo di mangiare: gli italiani lassù vengono visti come inscindibili da leggendari prosciutti, abbacchio, porchette e fiorentine, quindi vedere un italiano vegetariano, per un inglese, è quasi bestemmia. Insomma, mentre la mia coinquilina si scaldava le sue salsicce surgelate precotte sul fornello e ripeteva che non avrebbe mai potuto farne a meno, mi faceva domande sull’essere vegetariani e vegani, e sulla scelta etica del non mangiare animali.

Quel giorno, mi chiese: “Li conosci i breatharians?”

Scesi dal pero. Conoscevo i vegani (of course), i crudisti (vegetariani che mangiano solo cibi crudi), i fruttariani, i fishariani (che non mangiano carne ma mangiamo pesce), e persino i rastafariani, ma no, non conoscevo i bretariani. Fu così che lei mi mise in mano un cartoncino che pubblicizzava le riunioni settimanali di un circolo di bretariani: digiuno e meditazione. Il connubio mi era già ben noto, visto che frequentavo il tempio Shaolin, dove praticavo la meditazione e le arti marziali: i monaci buddhisti del tempio, che sono vegetariani, facevano spesso periodi di digiuno. Ma, avendo anche un maestro afgano (quindi musulmano), ricordavo bene i suoi allenamenti nel periodo di digiuno del Ramadan, che mi lasciavano sempre perplessa per il fatto che pare impossibile compiere sforzi fisici così intensi e prolungati senza mangiare per un’intera giornata. Eppure lui riusciva, e sembrava persino più performante del solito. Quindi sì, l’argomento mi interessava e anche molto.

CHI SONO I BRETARIANI?

I bretariani (dall’inglese “breathe”, “respirare”) sono persone che seguono il principio dell’alimentazione pranica: il prana è l’energia vitale nella filosofia Indiana, terra di guru e di maestri spirituali, che nei loro lunghi periodi di meditazione si sottopongono a digiuni lunghissimi. Ai bretariani è consentito bere (poco), ma qualsiasi cibo introdotto nel corpo viene considerato contaminante, e dunque “impuro”. Per purificare l’organismo dalle impurità, nasce la necessità di non nutrirsi e di non bere, e di assumere il nutrimento esclusivamente dall’aria, che però dovrebbe essere pulita come quella di montagna, e non inquinata (quindi contaminata).

Tra i bretariani più famosi vi sono Babaji, Saint Germain, Elijah, Giri Bala e Teresa Neumann, che seguono gli insegnamenti di alcuni maestri esoterici.

SULL’ORMA DELLE LEGGENDE SUI GRANDI PERSONAGGI STORICI

Le leggende di grandi uomini spirituali che si ritirarono per anni in meditazione senza mangiare né bere sono tantissime in Oriente. Una di quelle più conosciute e affascinanti è la leggenda della meditazione di Bodhidarma, il monaco buddhista che viene considerato come il padre fondatore degli Shaolin. Bodhidharma era un principe indiano che decise di intraprendere un viaggio a piedi in Oriente, e passò così attraverso la Cina prima, giungendo fino in Tibet. Mentre era in Cina, insegnò le arti marziali ai monaci buddhisti nei templi, troppo deboli nel fisico per riuscire anche solo a mantenere a lungo la postura per meditare a lungo. Fu così che nacque l’ordine dei monaci Shaolin, i monaci guerrieri.

Si narra che a un certo punto della sua vita, Bodhidharma, incapace di trovare un allievo degno di essere il suo successore, preso dallo sconforto, decise di ritirarsi in una caverna a meditare. Vi restò per otto anni, senza mangiare né bere. Tutti pensavano che fosse morto, tanto che alcuni discepoli andavano periodicamente a controllare il suo stato nella caverna, trovando invece che ancora respirava, immerso in quello che sembrava un profondo sonno.

Ma anche il Giappone è pieno di storie e leggende di monaci che cercarono la meditazione in luoghi sperduti e isolati, e sopravvissero per lunghi periodi in una sorta di stato vegetativo volontario, dal quale uscirono indenni (se vi interessano, molte le trovate sul mio sito inglese, qui).

TRA LA REALTA’ E LA LEGGENDA

La comunità scientifica occidentale è naturalmente molto scettica su questa pratica, ed è bene sapere che non va in nessun caso provata da soli: le conseguenze fisiche possono essere devastanti. Tuttavia, personalmente credo che essere bretariani sia possibile. Esistono delle tecniche, nelle pratiche spirituali e di arti marziali orientali, di condizionamento profondo del proprio corpo, e i più esperti possono arrivare a livelli impensabili. Si tratta di pratiche (come l’iron jacket, giusto per citare una delle tecniche più famose) che si ottengono con allenamenti quotidiani nel corso di anni, sotto la guida di maestri esperti. Ne sono un esempio non solo i monaci Shaolin, di cui ho testimonianza diretta, avendo vissuto con loro al tempio per un anno della mia vita, ma anche gli yamabushi giapponesi, che si sottopongono a prove impensabili per persone comuni.

Certamente, si tratta di pratiche estreme, di scelte di vita che non si confanno con la vita moderna comune, ma che restano più che mai affascinanti, specialmente per quanto riguarda il superamento dei propri limiti, e sulla possibilità che ciascuno di noi ha, se solo lo vuole, di poter fare davvero qualsiasi cosa. Abbiamo un potere immenso nascosto dentro di noi. Sarebbe bello che ciascuno imparasse ad usarlo, nei modi che gli sono più congeniali, per fare del bene al nostro pianeta.