Qualche tempo fa ho avuto la sfortuna di incappare in un caso di avvelenamento alimentare. Era la prima – e spero anche l’ultima – volta in vita mia, e oltre all’estremo stato di malessere in cui sono piombata per circa due giorni (con un ulteriore strascico di una settimana per riprendermi), restai più o meno scioccata dal fatto che tutte le persone intorno a me sapessero benissimo che cosa mi stesse accadendo. Tutte tranne me.E non c’è da stupirsi: secondo le ultime statistiche a disposizione, un americano su sei incappa in un avvelenamento alimentare ogni anno, e in Inghilterra sembra che sia ancor più diffuso, tale da considerarsi un “disagio comune”. Insomma, “niente allarme, sei solo vittima di un avvelenamento alimentare“. E io che pensavo che la gente ci morisse… pensa un po’.

E mentre molta gente, specialmente nei paesi anglosassoni, liquida la faccenda come “normale” o “comune”, non va dimenticato che l’avvelenamento da cibo manda in ospedale più di 100.000 americani ogni anno, e che le conseguenze del prestare poca attenzione alla qualità di ciò che si mangia e del rispetto delle norme igieniche può avere conseguenze di lungo periodo terrificanti sulla nostra salute.

SFORTUNA O CATTIVE ABITUDINI?

Quando avevo deciso di fermarmi a vivere a Londra per qualche anno, mi aspettavo – memore di soggiorni precedenti – che la qualità della vita non sarebbe stata neanche paragonabile a quella italiana. Cibo pessimo, la pulizia una nozione totalmente vaga… eppure, il mio episodio di avvelenamento alimentare capitò proprio nel periodo in cui stavo facendo la transizione ad un regime alimentare “simpatizzante vegetariano” e molto fai-da-te ad un regime più ragionato, completamente vegetariano (se non quasi vegano) seguendo i principi della macrobiotica.

E on mi fu difficile individuare il cibo imputato: una specie di formaggio senza glutine e senza lattosio che avevo preso quasi per caso in un negozio e che vantava di essere “mozzarella like”. Quel giorno, avevo mangiato praticamente solo quello a mo’ di spuntino presa dalla frenesia di alcune scadenze di lavoro.

Molte delle persone che mi stettero vicine in quei giorni non fecero che dirmi che ero stata solo sfortunata, che basta che solo una piccola parte del cibo mangiato venga attaccato dai batteri perché provochi reazioni violentissime nell’organismo. Eppure, la faccenda non mi quadrava. Le possibilità di contaminazione possono essere sia alla fonte, nel metodo in cui i cibi sono prodotti, specialmente se sono prodotti da catena di montaggio nelle fabbriche, oppure, i batteri li si ha in casa. E quando si condivide il frigorifero con un coinquilino, allora sì, forse prima di prendere il forcone ed andare ad infilzare il responsabile del negozio, bisogna fare un po’ di mente locale e cercare di individuare il problema.

Come? Ve lo spiego nei prossimi articoli. Con alcune semplici regole che terranno i batteri via dai vostri cibi. E – se avete un coinquilino – fate in modo di istruirlo a dovere!