Occhio alle dosi giornaliere di aspirina, prese in assenza di una cardiopatia con la speranza di tenere lontano un infarto. Secondo un gruppo di ricercatori britannici, autori di un maxi-studio pubblicato online sugli ‘Archives of Internal Medicine’, le celebri compresse prese regolarmente riducono del 10% il pericolo di attacco cardiaco, ma aumentano di quasi un terzo il rischio di emorragia interna. Allo stesso tempo, il medicinale non ha alcun effetto sulle morti per problemi cardiaci e oncologici.

PRO E CONTRO DELL’ASPIRINA
Insomma, secondo i ricercatori – dati alla mano – i pazienti con problemi di cuore devono continuare a prendere l’aspirina per evitare il rischio di ulteriori attacchi. Il problema sta nelle persone sane di mezza età, spiegano gli studiosi, che assumono regolarmente l’aspirina a basso dosaggio nella speranza di trarne un beneficio. Lo studio, firmato da un team diretto da Kausik Ray dell’University of London, sta rimbalzando sulla stampa britannica. Si tratta di una revisione di nove trial clinici che hanno coinvolto oltre 100.000 persone senza una storia di malattia cardiovascolare. Ebbene, in base ai risultati la ricerca promuove il medicinale per i cardiopatici, ma sostiene che il rischio di emorragie interne da aspirina annulli gli eventuali benefici per i soggetti sani.

I RISCHI DI EMORRAGIA INTERNA
In particolare, la metà del gruppo ha assunto il farmaco mentre l’altra ha preso un sostituto inattivo, il tutto per una media di sei anni. Così si è visto che prendere l’aspirina ogni giorno, o a giorni alterni, riduce il rischio di infarto e ictus del 10%, principalmente a causa del calo di attacchi cardiaci non fatali. Tuttavia il beneficio per il cuore è stato quasi interamente compensato da un aumento del rischio di emorragie interne a danno di stomaco o cervello (+30%). Dunque secondo Rao Seshasai, primo autore della ricerca, le persone con una storia di problemi al cuore non devono smettere di prendere l’aspirina. Mentre i medici dovrebbero prendere in considerazione il trattamento ‘caso per caso’ per i pazienti a basso rischio.