L’artiglio del diavolo o Arpagofito (nome scientifico Harpagophytum procumbens) è una pianta erbacea rampicante perenne, appartenente alla famiglia delle Pedaliaceae ed originaria dell’Africa del sud; molto diffusa in Namibia, in Botswana e nella zona settentrionale e nord-orientale del Sud Africa. Il suo fusto strisciante si origina da un unico tubero, che può raggiungere i 2 m di lunghezza. Le radici a fittone sono strutturate in una radice primaria, dalla quale si diramano radici secondarie ed è proprio questa la parte maggiormente utilizzata a scopo fitoterapico, in quanto è qui che si trova la massima concentrazione di principi attivi a valenza officinale.

Da secoli utilizzato dagli indigeni come antipiretico, antiflogistico ed analgesico, l’artiglio del diavolo è davvero una pianta dalle numerose proprietà benefiche e poche controindicazioni. Sebbene questa pianta sia stata descritta e catalogata dagli scienziati europei nel 1820, le sue proprietà curative furono scoperte in Namibia solo nel 1907 da G.H. Mehnert, un colono tedesco che le apprese direttamente dagli abitanti del luogo. Successivamente, grazie agli studi condotti dall’Università di Jena negli anni ’50, l’impiego dell’Arpagofito cominciò a diffondersi anche in Europa.

Le sue numerose proprietà gli vengono conferite dalla presenza di  glucosidi iridoidi (nello specifico: arpagoside, procumbide ed arpagide, sostanze a riconosciuta attività analgesica ed antinfiammatoria); fitosteroli (in particolare il beta-sitosterolo); acidi organici come il cinnamico, il caffeico ed il cloro genico; triterpeni come l’acido oleanolico ed ursolico e diversi flavonoidi.

Artiglio del diavolo: proprietà

L’utilizzo fitoterapico per eccellenza dell’Artiglio del diavolo è ad oggi costituito dal trattamento sintomatico dell’artrite reumatoide e di altre condizioni reumatiche nonché nell’osteoartrite, registrando, a parità d’efficacia, minori effetti collaterali rispetto ad altri farmaci abitualmente utilizzati. Alla sua efficacia nella terapia antidolorifica ed antinfiammatoria a livello delle articolazioni contribuisce non poco anche la sua capacità condroprottetiva, dovuta all’inibizione di numerosi fattori di degradazione della cartilagine. Da non dimenticare a tal proposito è anche la ricca presenza nell’Arpagofito di fitofenoli e flavonoidi, note sostanze antiossidanti che risultano essere ottimi coadiuvanti nell’efficacia antinfiammatoria.

L’artiglio del diavolo si dimostra particolarmente utile in casi di dolore e infiammazione legati a tendiniti,  mal di schiena, lombalgia, mal di testa da artrosi cervicale, dolori generici alla cervicale, contusioni, sciatica, artrite e artrosi, ma può essere impiegato anche come antispastico per i dolori mestruali e per i dolori intestinali di origine nervosa.

Altro tradizionale utilizzo dell’Artiglio del diavolo è quello riferito al trattamento dei disturbi digestivi. Il suo contenuto in glicosidi iridoidi amari è infatti in grado di innescare una particolare stimolazione gastrica, incrementando la produzione di acidi gastrici e stimolando l’appetito e la digestione. Decotti di Artiglio del diavolo sono inoltre utili nel miglioramento di disturbi quali costipazione, flatulenza e diarrea.

Solitamente l’artiglio del diavolo si assume per via orale, si usa infatti l’estratto secco ottenuto dalla radice della pianta, ma in commercio lo si trova anche sotto forma di estratto acquoso e tintura madre; capsule o compresse; pomate e gel, indicate per uso topico, soprattutto in caso di infiammazioni articolari. Generalmente il suo effetto si manifesta nel giro di 7/ 8 giorni e raggiunge l’apice dopo circa un mese, restando stabile nel corso del tempo. Dall’artiglio del diavolo si possono inoltre ricavare decotti, infusi e tisane.

Controindicazioni

L’assunzione di derivati dell’artiglio del diavolo è sconsigliata in soggetti in cura con farmaci ipoglicemizzanti, nonché in quei pazienti con gastrite, ulcere gastriche e/o duodenali. E inoltre da evitarsi in pazienti in trattamento con farmaci aritmici e anticoagulanti. Infine, a causa del suo effetto ossitocico (stimola e rinforza le contrazioni uterine ed anticipa il parto) l’Arpagofito è da evitare durante tutto il periodo della gravidanza ed allattamento. In generale, la tossicità della pianta è comunque da ritenersi complessivamente molto bassa e relativa a lievi disturbi gastrointestinali registrati in soggetti particolarmente sensibili al fitocomplesso.