La specialità dell’apnea statica è considerata la forma più pura di apnea subacquea; si svolge in acqua, ed è  per definizione caratterizzata dalla totale assenza di ventilazione polmonare durante la performance. Attraverso allenamenti mirati, chi pratica questo sport mira dunque al raggiungimento del massimo tempo di assenza respiratoria. Nello specifico, nell’apnea statica l’atleta non si trova ad affrontare immersioni, bensì si limita a galleggiare sulla superficie dell’acqua a faccia in giù. Si tratta di una disciplina indoor e necessita di una importante preparazione, in quanto richiede di padroneggiare tecniche di respirazione prana-yama (estrapolata dallo yoga) e di rilassamento muscolare e mentale. Per evitare incidenti, è quindi necessario praticare sempre l’apnea statica in condizioni psicofisiche ottimali e in presenza di un compagno altrettanto preparato.

Seppure a prima vista questa disciplina possa apparire agli antipodi di pericolosi sport estremi, in realtà praticare apnea statica non è assolutamente esente da rischi. Per l’apneista,  i pericoli sono principalmente legati a:

Scorretta ventilazione: la ventilazione costituisce la fase più importante nella preparazione della performance. Attraverso le tecniche di respirazione prana-yama (ventilazione profonda, diaframmatica e controllata) è infatti possibile raggiungere i livelli di ossigenazione e rilassamento psico-fisico necessari alla performance. Una scorretta ventilazione, può, al contrario, provocare il fenomeno conosciuto come iperventilazione, che causa l’aumento delle pulsazioni cardiache ed un senso di “ebbrezza” conseguente all’alcalinizzazione del sangue, favorendo un aumento del dispendio energetico (che riduce l’autonomia dell’apnea) e posticipando la percezione della “fame d’aria”. Viene così vanificato il “campanello dall’arme” (contrazioni diaframmatiche) che intima di riprendere aria, aumentando notevolmente le possibilità di incidenti per apnea eccessivamente protratta. Ritardando l’insorgere degli stimoli respiratori, l’iperventilazione riduce infatti sensibilmente il tempo che intercorre tra l’inizio delle contrazioni diaframmatiche e la sincope.

Apnea eccessivamente protratta: se l’apneista forza la prestazione, la carenza di ossigeno può rivelarsi molto pericolosa. I principali rischi riguardano possibili necrosi ipossiche, stato prensicopale (o Samba) e sincope respiratoria (o, in gergo, Black-out) caratterizzata da condizione di totale incoscienza, associato ad irrigidimento muscolare, che induce la necrosi di estese areae della corteccia cerebrale. In caso di black-out il cuore continua a pulsare ed a infondere il poco ossigeno rimasto nel plasma ai tessuti; se tempestivamente trattato, rappresenta quindi una condizione facilmente reversibile. Il rischio è tuttavia quello di morte per annegamento, conseguente allo stato di incoscienza, o di lesioni cerebrali permanenti. Se i soccorsi non sono più che tempestivi, è infine possibile che sopraggiunga la morte cerebrale.