Sebbene fossi stata al Louvre anni fa, non sono mai riuscita a vedere dal vivo quella che è forse la statua meno conosciuta  tra le due di Antonio Canova: Amore e Psiche. Lo scorso primo dicembre la statua è stata trasportata dal museo del Louvre a Milano, a Palazzo Marino, per una mostra straordinaria, composta da due sole opere: Amore e Psiche, per l’appunto, il quadro di François Gerard ed il corpo scultoreo del Canova: stesso mito, dal bidimensionale al tridimensionale. La mostra, curata da Valeria Merlini e Daniela Storti, si intitolava per l’appunto “Amore e Psiche a Milano” ed era a ingresso gratuito. Ieri era l’ultimo giorno di apertura della mostra, e così, in zona Cesarini, ho deciso di andarci.

E devo dire che l’attesa di quasi un’ora in coda in Piazza della Scala è valsa la pena: la visita è durata sì e no un quarto d’ora, accompagnati da un cicerone d’eccezione, che come un paggio d’altri tempi ha accompagnato il drappello di incantati visitatori in questo breve viaggio nel sublime.

Non voglio parlarvi dell’aspetto artistico delle opere: le cronache ne sono piene. Ciò che mi ha colpita e lasciata incantata è stata l’ambientazione, che ha trasformato la sala Alessi di Palazzo Marino in un giardino d’altri tempi. Un’illuminazione sui toni verdi e dai profili arboreggianti ha trasformato il soffitto intarsiato della sala in un bosco, mentre il percorso a terra era un tappeto verde diviso da siepi, come in un tipico giardino nobiliare. In questa cornice di verde, lontana dal modo tradizionale in cui si pensa a un “museo” o a un’esposizione, ci si sentiva presi per mano e portati in un altro luogo, un luogo aperto e rilassante, in una pace dei sensi e in un’armonia che solo la natura ci sà dare.

E qui, in mezzo a questo disegno di siepi, compariva il quadro di François Gerard, perfettamente integrato nell’ambiente, come punto centrale di un paesaggio che proseguiva anche fuori dalla cornice del quadro. Qui, tra fiorellini di campo e uno sfondo collinare tipicamente laziale, la bella Psiche, una fanciulletta dall’aria anch’essa naturale, lo sguardo perso chissà dove, volto verso lo spettatore, ma che non guarda davvero, è inconsapevole che Amore, un giovinetto con faretra in spalla e lunghe ali piumate, che paiono più quelle di una mortal gallina che non di un essere angelico, le sta baciando la tempia. Una piccola farfalla (una cavolaia) svolazza sulla testa di Psiche, e lei poggia le mani all’altezza dello stomaco. Poiché l’amore quando arriva, arriva inconsapevolmente, ma ce ne accorgiamo eccome.

Eppure, il quadro di Gerard, lascia i due uniti ma separati, divisi dalla loro natura umana e divina. Amore, innamorato di Psiche, non è umano, come dimostrano le sue ali.

Quando la scena viene poi trasposta in tridimensionale, si resta basiti. Dalla bellezza della statua, dalla realisticità dei due personaggi, quasi che pare debbano prender vita da un momento all’altro… ma soprattutto per il fatto che Amore ha perso le sue ali, è diventato umano, e la posa in cui si trovano (un abbraccio in cui Amore si abbandona a Psiche e lei sorregge la di lui mano posandogli la farfalla – simbolo della sua nobiltà – nell’altra mano in un prezioso dono), oltre al fatto di essere nudi, senza schermi o artifizi, trasmette quel senso di amore assoluto, non carnale, che simbolizza il significato primo dell’amore: lo scambio di anime.