Oggi, giovedì 6 novembre, si celebra la Giornata Internazionale per la Prevenzione dello Sfruttamento dell’Ambiente in Tempo di Guerra e di Conflitto Armato, ricorrenza istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite durante la riunione del 5 novembre 2001, attraverso la risoluzione 56/4.

Scopo della giornata è sensibilizzare l’opinione pubblica circa la perdita di risorse naturali e i danni procurati agli ecosistemi durante i conflitti armati. Una Giornata ancora poco nota al grande pubblico, poiché, in genere, quando si parla di guerra si tende a presentare la situazione da un punto di vista politico, socio-economico o umanitario, trascurando gli aspetti ambientali. Eppure gli effetti negativi portati dalle armi e da strategie di guerra volutamente mirate a distruggere siti e risorse naturali, sono davvero ingenti e si protraggono non solo durante il conflitto armato, ma già dalla fase di addestramento e preparazione, fino al periodo post-bellico. Le infrastrutture vengono distrutte, i siti di approvvigionamento idrico inquinati, i campi avvelenati, colture e foreste rase al suolo e le risorse naturali in genere sottoposte ad eccessivo sfruttamento, causando carenza di cibo, erosione del suolo e la scomparsa della fauna selvatica. Ma ancora prima di giungere ai conflitti veri e propri, già l’ambiente risente dell’attività bellica: esercitazioni con fuoco vivo spesso portano all’accumulo di inquinanti, come il fosforo bianco, in alcuni casi associato alla mortalità e riduzione di fertilità in uccelli acquatici. Le indagini su spiaggiamenti di massa di balene durante le esercitazioni navali hanno inoltre evidenziato come sonar ad alta intensità possono causare un comportamento irregolare, danni ai tessuti interni e la mortalità dei cetacei. Il monitoraggio a lungo termine condotto nell’area dello Hanford Nuclear Reservation, nello stato di Washington, ha trovato radionuclidi in piante e animali a più di 250 km di distanza dal sito di produzione; inoltre, particelle radioattive sono state trovate nei molluschi costieri più di 650 km a valle del fiume Columbia. Ci troviamo quindi di fronte a danni che certamente si ripercuotono sulle popolazioni direttamente coinvolte nei conflitti, ma che, travalicando i confini nazionali, si tramandano per decenni alle generazioni future.

Le risorse naturali possono inoltre, oltre che vittime silenziose, divenire di per sé fonte di conflitto, costituendo l’obiettivo principale delle operazioni militari. Si parla in questo caso di “guerre per le risorse naturali”. Il Programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite (UNEP) ha infatti stimato che circa il 40% dei conflitti interni, dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi, sono stati collegati allo sfruttamento delle risorse naturali ad alto valore come legname, diamanti, oro e olio, o di risorse scarsamente reperibili, come terreni fertili e acqua. E’ questo il caso delle guerre per i diamanti in Africa centrale, o quelle per l’acqua nel Sud del mondo, in corso da molti anni.

Ulteriore ambito di interrelazione fra ambiente e guerra è poi quello delle modificazioni dei fenomeni naturali per scopi militari. Con il termine “geo-ingegneria” si indica infatti un insieme di interventi di natura antropica volti alla manipolazione dell’ambiente e dei processi naturali per ottenere certi effetti desiderati. Già durante la guerra del Vietnam, ad esempio, l’aviazione statunitense portò avanti un progetto di “cloud seeding” diffondendo nei cieli sostanze chimiche che reagissero da condensatori per la formazione di nubi, con lo scopo di indurre forti precipitazioni sul territorio nemico. Per contrastare questo tipo di pratica bellica, nel 1977 le Nazioni Unite hanno ufficialmente adottato una Convenzione sulla Proibizione dell’Uso Militare o di Altra Ostile Natura di Tecniche di Modificazione Ambientale.

Dopo un’attenta analisi delle conseguenze dei conflitti armati sull’ambiente in diverse parti del mondo, la relazione Onu ha dunque formulato una serie di raccomandazioni per migliorare la protezione dell’ambiente in tempi di guerra e incoraggia gli Stati a elaborare la legislazione relativa, in particolare, alla criminalità ecologica. L’Assemblea esorta inoltre i governi del Consiglio d’Europa ad organizzare programmi di sensibilizzazione responsabilizzazione ambientale a livello internazionale, sottolineando l’importanza del ruolo dei media nel richiamare l’attenzione del pubblico verso l’impatto ambientale dei conflitti armati.

D’altronde esempi concreti di quanto una guerra possa devastare gli ambienti non sono certo difficili da reperire: recenti studi post conflitto condotti delle Nazioni Unite documentano gravi danni in Sudan, nella Repubblica democratica del Congo, in Iraq, in Libano, nei territori occupati in Medio Oriente, in Afghanistan e nei Balcani, ma il caso più drammaticamente noto resta ancora la terribile guerra del Vietnam.

Fra il 1962 e il 1971, durante l’Operazione “Ranch Hand”, l’esercito americano scaricò infatti per via aerea circa un centinaio di milioni di litri di erbicidi sulle foreste di Vietnam, Laos orientale e Cambogia. L’obiettivo era sfoltire la vegetazione che forniva copertura al il nemico e allo stesso tempo indebolirlo danneggiandone i raccolti. L’Agente Arancio, come defoliante militare, fu quindi dismesso già nel 1971, ma le conseguenze ambientali di quest’azione sono state devastanti. Si calcola che siano andati perduti almeno 30.000 km2 di foresta (un’area corrispondente a quella di Piemonte e Liguria insieme), sia per l’effetto diretto dei defolianti, sia a causa della degradazione del suolo, che in seguito alla scomparsa della copertura vegetazionale è stato esposto ai processi erosivi che lo hanno privato delle sostanze nutritive fondamentali per la ricrescita delle piante. Con la distruzione della foresta, gli ecosistemi locali hanno subito un forte impatto, con una significativa perdita di biodiversità vegetale e animale. Inoltre componenti chimiche risultano tuttora presenti nel legno delle piante, continuando ad inquinare, a distanza di anni, la catena alimentare.

Alla luce di tutto ciò risulta ancor più urgente la necessità di proteggere l’ambiente in tempi di conflitto armato e favorire il ripristino del buon governo delle risorse naturali durante la ricostruzione post-bellica. E’ inoltre indispensabile evidenziare le implicazioni di una gestione sostenibile delle risorse naturali per la prevenzione dei conflitti e il mantenimento della pace.

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