Sono 600mila gli italiani che soffrono di Alzheimer, con un costo diretto dell’assistenza che supera gli 11 miliardi di euro, con il 73% a carico delle famiglie. Questo quanto è emerso dalla terza ricerca realizzata dal Censis con l’Associazione italiana malattia di Alzheimer (Aima), con il contributo di Lily.

Presentata a Roma, questa è andata ad analizzare l’evoluzione della condizione dei malati e delle loro famiglie nel corso degli ultimi 16 anni: secondo gli esperti il numero di coloro che soffriranno di Alzheimer sarebbe destinato a salire a causa dell’invecchiamento della popolazione.

Rispetto agli anni precedenti ad aumentare sarebbe la quota dei malati che vivono in casa propria, con il coniuge (pari al 34,3% nel 2015, erano il 22,9% del 2006) o soli con la badante (percentuale che è aumentata dal 12.7% al 17.7%). I malati di Alzheimer, infatti, vengono curati soprattutto da figli ma anche badanti, se bene a prevalere sarebbe l’assistenza informale e privata.

In media più di 70mila euro è il costo annuo per paziente comprensivo dei costi a carico del Servizio sanitari nazionale insieme a quelli che sborsano le famiglie e i costi indiretti.

Secondo l’Alzheimer’s Disease International (Adi), nel 2015 sarebbero stati stimati più di 9.9 milioni di nuovi casi di Alzheimer all’anno, il che equivale a un caso ogni 3.2 secondi.

Alzheimer: le cure tra parenti e badanti

Secondo quanto emerso dalla ricerca del Censis l’età media dell’italiano malato di Alzheimer è di 78.8 anni, rispetto ai 77,8 anni nel 2006 e ai 73,6 anni nel 1999: tra i pazienti che soffrono della malattia, infatti, il 72% è pensionato.

Tra le figure dei caregiver (ovvero coloro che si prendono cura del paziente), ad assistere prevalentemente i pazienti affetti da Alzheimer sono i figli, in particolar modo per le pazienti femmine – che rappresentano il 64.2% dei caregiver –, ma negli ultimi anni sono aumentati anche i partner nel caso in cui il paziente è maschio – dal 25,2% del totale del 2006 al 37% del 2015.

La badante, invece, viene ancora richiesta dal 38% delle famiglie.

Alzheimer: più consapevolezza della malattia

Secondo quanto emerso dalla ricerca ad oggi ci sarebbe più consapevolezza circa la propria condizione, se bene i tempi per la diagnosi siano ancora lunghi: dalla stessa sarebbe emerso che il 47,7% dei caregiver avrebbe affermato di aver reagito subito alla comparsa dei primi sintomi della malattia del proprio assistito, andando così a chiamare figure competenti come il medico di medicina generale (47,2%), uno specialista pubblico (33,1%) o privato (13,6%).

Tuttavia, solamente il 6.1% di questi si sarebbe rivolto immediatamente a una Unità di valutazione Alzheimer (Uva). Il tempo medio per arrivare a una diagnosi resta comunque elevato, se bene sia diminuito a 1.8 anni nel 2015 rispetto a 2.5 anni del 1999. Ad abbassarsi – anche se leggermente – è anche la percentuale dei pazienti che accedono ai farmaci specifici per l’Alzheimer, che scende dal 59,9% al 56,1%.

Tra le figure che diagnosticano la malattia si trova specialmente lo specialista pubblico (65,5%), come il neurologo (nel 35,6% dei casi), oppure un geriatra (29,9%): solo il 13,4%, invece, è stato uno specialista privato. Dal 2006 ad al 2015, però, si sarebbe ridotta la percentuale di coloro che hanno ricevuto la diagnosi tramite una Uva – dal 41,1% nel 2006 al 20,6% nel 2015 – mentre è cresciuta quella di casi diagnosticati presso uno specialista pubblico – dal 37,9% nel 2006 al 65,5% del 2015 -.