Venerdì scorso, il giorno di Sant’Ambrogio, tutti i TG hanno dato l’ennesimo “allarme neve“. Ormai le precipitazioni vengono numerate, gli episodi di “maltempo” – che sono del tutto normali e naturali – fanno notizia, come se fosse una cosa strana e del tutto inaspettata che sul finire dell’autunno e con l’approssimarsi dell’inverno piova o (addirittura!) nevichi. La verità in questo stravolgimento di prospettiva sta solo nel fatto che molti di noi sono talmente disconnessi dalla natura e dai cicli stagionali, che pretenderebbero di poter vivere allo stesso modo e di fare le stesse cose durante tutto l’anno, incuranti delle leggi della fisica, dell’astronomia e della natura intera. E perché mai, mi chiedo io?

Nonostante io abbia vissuto in grandi città, sia in Italia che all’estero, sono cresciuta in campagna. In un piccolo paesino vicino Bergamo, dove la pianura padana viene abbracciata dalle Alpi. Gli spazi aperti dei campi, il rumore dei ruscelli e la presenza delle cime innevate delle Alpi hanno fatto da sempre da cornice alla mia vita quotidiana, una vita per lo più passata all’aperto, tra i colori brillanti della natura che cambia e riveste di nuove sfumature il paesaggio. Sarà per questo che il legame con la terra, il cielo e tutto ciò che vi sta in mezzo, sono state una parte imprescindibilmente bella delle mie giornate.

Ora che sono tornata da queste parti, dopo tre anni passati in luoghi dal clima non proprio mite (Seattle, in quell’angolo a nord-ovest degli Stati Uniti proprio sotto il Canada; e l’algida Londra), gli “allarmi” dei TG mi fanno davvero sorridere. E’ per questo che quel giorno, subito dopo l’”allarme”, sono uscita a farmi una passeggiata con il cane. Sei chilometri a piedi, per stradine di campagna, che sono un ottimo modo per svuotare la mente e smaltire le calorie in eccesso delle prime fette di pandoro.

Una volta abbandonato l’abitato e presa una stradina sterrata che usano solo i contadini per arrivare alle loro cascine isolate in mezzo ai campi, gli unici rumori che si potevano sentire sotto un cielo basso che profumava di neve, erano i nostri passi (miei e del cane). I miei ogni tanto scricchiolavano sul ghiaccio che si era formato sotto la terra battuta, mentre quelli del cane erano un fruscio leggero in mezzo all’erba ai lati dei fossi, di un verde carico e luminoso nel suo contrasto con la terra brulla appena dissodata. La sensazione che avevo era quella di stare sotto una coperta… la coperta che la natura provvede a chi ha ancora voglia di starle accanto.

Ad un certo punto, anche il rumore dei nostri passi si è fatto più sordo. Ho guardato in alto: l’aria tutt’intorno assorbiva i rumori, il silenzio che ci circondava era irreale e infondeva calma, un senso di protezione che si ha solo quando sta per nevicare. Sono stati attimi molto belli, che mi sono fermata ad assaporare, perché così rari da cogliere quando si ha la possibilità di fermarsi per capire quel che sta accadendo, sintonizzarsi sul mondo esterno. E’ come dissolversi e sparire, entrare a far parte del tutto che è enormemente più grande di noi.

Ho guardato il cielo con il naso all’insù, e qualcosa di freddo si è posato sulla mia guancia. Il primo fiocco di neve era caduto, e si era subito sciolto. Poi eccone un’altro, e un’altro ancora… e la magia della neve mi circondava.

Ho proseguito la passeggiata, senza affrettare il passo… mancavano ancora un paio di chilometri per arrivare a casa, e passeggiare sotto la neve che cade è una sensazione bellissima. I colori della terra sembravano ancora più forti, più vividi. Lungo la strada, mi sono fermata ad osservare alcuni rovi carichi di bacche di un colore rosso che, a guardarle, quasi faceva male (le potete vedere nella fotografia là sopra). Una meraviglia naturale. Quello è il cibo che mantiene in vita gli uccelli lungo l’inverno. E’ bene che si possano vedere da lontano.

Infine, siamo scivolati via silenziosamente, mentre la neve cominciava ad imbiancare le zolle scure di terra arata. Ma quale allarme? Basterebbe, ogni tanto, smetterla di essere così egocentrici e ricordarci che siamo solo animali in un ecosistema che ci ostiamo ad ignorare.